venerdì 10 ottobre 2014

Ascoli Satriano e Villa di Faragola

Faragola



Il Parco archeologico di Faragola costituisce un eccezionale esempio di sito pluristratificato dall’età indigena (IV secolo a.C.) sino all’epoca altomedievale. L’elemento di maggior richiamo è indubbiamente la villa residenziale del IV-V secolo d.C., caratterizzata dalla lussuosa cenatio (sala da pranzo estiva) decorata con marmi policromi ed opus sectile. Il contesto indagato si è rivelato, però, molto più articolato, in quanto le più recenti indagini (condotte dall’Università degli Studi di Foggia) hanno consentito di rilevare l’esistenza di una villa preesistente molto ampia, verosimilmente articolatasi attorno ad un grande peristilio, databile al III-IV secolo d.C., fase architettonica cui dovrebbe ascriversi anche un primo impianto termale. Segue poi, nel corso del V secolo, la già citata fase più rappresentativa e monumentale, caratterizzata, oltre che dalla sala da pranzo, anche da un complesso termale riccamente decorato. 



Il contesto abitativo viene poi rifunzionalizzato, dopo il VI e sino al IX secolo d.C., con l’insediamento, all’interno delle strutture ormai in parte crollate, di un villaggio con annesse varie attività produttive; a questa frequentazione fa poi seguito quella a scopo cimiteriale (soprattutto di sepolture infantili).

Il sito è visitabile tutti i giorni (a pagamento), previa prenotazione al numero 347-3176098 - ArcheoLogica srl spiazzo Mons. Mario Aquilino, 2 - Foggia



Il centro storico di ASCOLI SATRIANO

Il centro abitato si trova sulla sommità di una collina che domina la valle del Carapelle; abitato dai Dauni già dal IX-VIII secolo, famoso per essere stata teatro dello scontro fra Pirro ed i Romani nel 279 a.C, divenne poi municipium romano nell’89 a.C., dopo la guerra sociale. Oggi conserva testimonianze di epoca daunia ed ellenistica presso il Parco Archeologico dei Dauni sulla collina del Serpente: un importante sito indigeno del VI-IV secolo a.C. con resti relativi all’abitato ed alla frequentazione a scopo cultuale dell’area; i resti di una domus romana con mosaici pavimentali in Piazza S. Potito ed i pregevoli resti di una villa tardoantica presso il Parco di Faragola (residenza trasformatasi successivamente in villaggio altomedievale, oggetto attualmente di indagini sistematiche da parte dell’Università di Foggia). Tale lussuoso complesso residenziale si collocava all’interno di un territorio, quello della valle del Carapelle, densamente abitato ed utilizzato con finalità produttive, come testimoniano recenti campagne di indagini di superficie condotte nel comprensorio della valle.



Recenti scavi hanno consentito di individuare anche un insediamento di notevole importanza, sito in località Giarnera, con finalità oltre che abitativa, anche sepolcrale, ascrivibile al VI-III secolo a.C.

Il ricco Museo Diocesano ospita, oltre ai reperti di epoca daunia provenienti dal territorio circostante ed oggetti di arredo sacro di epoca medievale e moderna, anche la mostra permanente “Policromie del sublime”, con arredi marmorei policromi di particolare pregio, provenienti dal territorio circostante, probabilmente da un sepolcro gentilizio.
Da vedere anche il Duomo, intitolato alla natività della Vergine Maria, di origine romanica, ma fortemente restaurato in età rinascimentale e barocca; il Palazzo Ducale, le cui origini risalgono al XIII secolo, ma che appare più volte rimaneggiato, con un imponente portale d’ingresso, sormontato da una loggia con finestre ad arco.
A valle, lungo il fiume Carapelle, è ancora visibile e percorribile il ponte romano.



I marmi policromi
Il complesso dei marmi provenienti dal territorio di Ascoli Satriano si caratterizza per una elevatissima qualità materiale e produttiva. Si tratta di reperti provenienti dal mercato illecito: la mancanza di informazioni precise sulle condizioni del rinvenimento non consente di conoscere il contesto e la finalità d’uso degli oggetti. L’ipotesi di una destinazione votiva appare meno probabile rispetto a quella dell’appartenenza al corredo di una ricca tomba a camera, realizzata nelle forme tipiche del costume funerario proprio delle comunità daunie del IV secolo a.C.; tali oggetti dovrebbero rientrare in un quadro produttivo legato ai “servizi” caratteristici dei grandi corredi italici del IV secolo, composti di solito da vasi di altissima qualità realizzati in ceramica.

L’oggetto di maggior spicco è costituito da un trapezophoros, unico nel suo genere. Il tema iconografico utilizzato è quello dei due Grifi che uccidono un cervo, secondo uno schema documentato nella tradizione figurativa orientale. L’opera è stata scolpita – a differenza degli altri manufatti – nel marmo orientale di Aphrodisias di Caria, nell’attuale Turchia. Tale elemento figurativo si ritrova, nel IV secolo, ampiamente utilizzato nell’arte antica (come nel caso delle appliques in terracotta tarantine o delle fasce dipinte che ornano la magnifica kline A della tomba macedone di Potidea in Grecia).



L’elemento figurato è ulteriormente ravvivato da una molteplicità cromatica, risultato di un attento utilizzo di colori come il giallo, l’azzurro, il verde ed il rosso porpora, il pigmento più ricercato nell'antichità, per rendere in maniera quanto più realistica i soggetti rappresentati.



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